Brennus (Brennos, zlatynizowana forma celtyckiego bran - książę) - wódz
celtycki, przy czym znane są dwie postacie o tym imieniu:Brennus - wódz celtyckiego plemienia
Senonów - w 391 r. p.n.e. najechał on
Italię, spalił Clusium, a następnie ruszył na
Rzym. Po pokonaniu armii konsula M. Popiliusa Lenasa w lipcu 386 r. p.n.e., Brennus zdobył i złupił Rzym, ale nie udało mu się zdobyć
Kapitolu, który był oblężony przez około siedem miesięcy. Kiedy według legendy Galom udało się wspiąć na
Skałę Tarpejską, ich obecność zdradziły gęganiem gęsi ze świątyni
Junony. Właśnie Brennus miał wypowiedzieć słynne słowa rzucając miecz na wagę podczas wypłacania przez Rzymian okupu: Vae victis ("Biada zwyciężonym");Brennus przywódca potężnej armii celtyckiej, która najechała
Macedonię i
Grecję w 279 r. p.n.e.. Był to już powtórny najazd Celtów na te tereny, gdyż rok wcześniej pokonali oni wojska macedońskie, zabili jej władcę
Ptolemeusza Keraunosa i złupili północną Macedonię. Tymczasem najazd po wodzą Brennusa miał na celu nie tylko złupienie kraju, ale także (a może przede wszystkim) poszukiwanie nowych siedzib do trwałego osiedlenia się, o czym świadczą antyczni pisarze, opisując liczne tabory posuwające się za armią celtycką. Całym tym przedsięwzięciem kierował właśnie Brennus. Wtargnął on najpierw i złupił tereny
Ilirów, następnie uderzył na Macedonię, pokonał Sosthenosa, ponosząc przy tym znaczne straty, złupił kraj i ruszył na Grecję. Po nieudanej obronie Termopil przez siły grecko-etolskie Brennus podzielił swoją armię na dwie części: część wojsk pod dowództwem Akichoriosa, skierował na południe, a sam wyruszył na
Delfy w celu złupienia słynnego sanktuarium.
Etolowie tymczasem, jako, że tylko oni byli liczącą się siłą w walce z Celtami, podzielili się również, większość wojsk kierując za Akichoriosem, a niewielkie siły pozostawiając do obrony Delf. Pod Delfami załamała się ofensywa celtycka, a sam Brennus zginął - wg
Diodora Sycylijskiego ciężko ranny, nie mogąc dalej kontynuować wojny, wydał dyspozycje co do następstwa po sobie i dalszych poczynań swojego ludu, następnie upiwszy się przebił się mieczem. Istnieje także wersja wydarzeń, która mówi o śmierci Brennusa spowodowanej ranami w Macedonii, do której się wycofał spod Delf.
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Brenno, (il suo vero nome non è noto, in quanto "Brennan", dio celtico della guerra, è il nome che assumevano i condottieri galli in tempo di guerra) - Re dei
Galli Senoni. Soggiogò in 6 anni le terre tra
Ravenna e il
Piceno, poi assediò
Chiusi, che invocò l'aiuto di
Roma. Il
Senato romano vi mandò tre emissari appartenenti alla
Gens Fabia allo scopo di mediare tra i Galli e gli assediati, ma i romani non rimasero neutrali e si unirono alla città. A questo punto Brenno, sdegnato, dopo aver espugnato e saccheggiato la città, marciò alla testa dei suoi Galli verso Roma. Il Senato, non appena avuta notizia di quanto stava accadendo, ricorse alla leva generale (tumultus) per formare un esercito che fermasse l'avanzata dei Galli con uno sbarramento sul fiume Allia. L'esercito romano non si dimostrò all'altezza della situazione e fu sonoramente sconfitto presso lo stesso fiume (
Battaglia del fiume Allia) il
18 luglio del
390 a.C., che da allora noto come Dies Alliensis fu considerato come giorno Nefas nel calendario romano. Presi dal panico, molti fra soldati e cittadini preferirono rifugiarsi nelle città vicine, come
Caere e
Veio; chi restò in città organizzò le difese sulle posizioni più facilmente difendibili, come il
Campidoglio. La tradizione vuole che quando i Galli entrarono in Roma trovarono solo i Senatori pronti ad accoglierli nella Curia romana. Uccisi i senatori, i Galli iniziarono a saccheggiare Roma (
Sacco di Roma) ormai indifesa. A questo punto, secondo la fonti romane, si inserisce la leggenda delle oche del
Campidoglio. Finito di saccheggiare la città, i Galli si diressero nottetempo verso la rocca del Campidoglio, dove si trovava l'ultima resistenza romana a difesa dei templi (e dell'oro) della città, con l'intenzione di cogliere di sorpresa i difensori passando per un passaggio segreto. Il piano fallì perché gli assediati furono svegliati dallo starnazzare delle oche, sacre a
Giunone, in tempo per respingere l'assalto dei Galli. Con molta probabilità si tratta di leggende formatesi successivamente per compensare, attraverso episodi valorosi, l'onta subita. A quest'episodio si riferiva una festività romana, che cadeva il
3 agosto, durante la quale i cani venivano crocefissi, perché non avevano avvertito della presenza del nemico sotto il colle, e le oche erano portate in processione ed onorate come salvatrici della patria. Intanto i romani iniziarono ad organizzare le prime forme di resistenza cittadina,
Marco Furio Camillo, sebbene esiliato dai suoi concittadini ad
Ardea, iniziò ad infliggere le prime sconfitte sui campi di battaglia ai Galli nei dintorni della città; a questo punto Brenno si accorse che, sebbene egli controllasse la città, si stava per giungere ad una condizione di stallo, potenzialmente pericolosa per i suoi Galli. Probabilmente per questo motivo Brenno propose ai magistrati romani di riscattare la città contro il versamento di 1000 libbre d'oro. I romani dapprima accettarono, poi protestarono quando si accorsero che le bilance utilizzate per la pesa del riscatto erano alterate; Brenno allora gettò sul piatto dei pesi anche la sua spada, pronunciando la famosa frase "
Vae victis!", "Guai ai Vinti!". A questo punto, molto probabilmente, ottenuto quanto richiesto, i
Galli abbandonarono la città per tornare alle loro terre; ma la tradizione romana (sempre per recuperare l'onore perduto) tramanda che
Marco Furio Camillo, saputo dell'episodio, tornò velocemente in città per affrontare Brenno e, raggiuntolo, gli si rivolse proferendo la frase, gettando anche lui, secondo la leggenda, la sua spada sulle bilance,: "Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria", "la Patria si restaura con il ferro, non con l'oro". A seguito di quest'episodio i romani si riorganizzarono e scacciarono dalla città i Galli, guidati da
Marco Furio Camillo che, in ricordo di ciò, fu insignito del titolo di Pater Patriae, "Padre della Patria", come a dire un secondo
Romolo. Anche questa (come per le oche del Campidoglio) è una leggenda (fine a non svilire ulteriormente il già ferito orgoglio romano) poiché i galli senoni, consci del fatto che rimanere a Roma sarebbe stato pericoloso, stavano già facendo ritorno alla madre patria. Quando si dice che i Galli chiamavano "Brenno" il loro capo è vero, ma non spiega bene la cosa. Il re dei Galli, colui che li conduceva, in tempo di guerra assumeva il nome di Brennan, il dio celtico della guerra. Questo spiega perché ci imbattiamo in tanti condottieri galli di nome Brenno nel corso della storia.
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