Boom economico

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Boom economico
Il boom economico è un periodo storico di forte crescita economica in Italia, compreso tra gli anni cinquanta e sessanta del XX secolo.A partire dalla fine degli anni ’50, si innescò in Italia, una fase di rapida trasformazione delle strutture economiche e sociali. Fu un processo che in dieci anni trasformò la penisola da paese agricolo-industriale -sostanzialmente sottosviluppato - in un moderno paese industriale-agricolo. Nei tre anni che intercorsero tra il 1959 ed il 1962, i tassi di incremento del reddito raggiunsero valori record: il 6,4, il 5,8, il 6,8 e il 6,1 per cento, rispettivamente negli anni 1959,1960,1961,1962. Questa grande espansione economica fu determinata da una serie di fattori simultanei. In primo luogo, fu dovuta allo sfruttamento delle opportunità che venivano dalla congiuntura internazionale. Più che l’intraprendenza e la lungimirante abilità degli imprenditori italiani, ebbero effetto l’incremento vertiginoso del commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagnò. Anche la fine del tradizionale protezionismo dell’Italia giocò un grande ruolo in quella congiuntura. In conseguenza di quell’apertura, il sistema produttivo italiano ne risultò rivitalizzato, lo costrinse ad ammodernarsi e ricompensò quei settori che erano già in movimento. La disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell’industria dell’acciaio furono gli altri fattori decisivi. La scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana, la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto l'egida dell'IRI, permise di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre biù bassi. Il maggior impulso a questa espansione venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un sufficiente livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tale da consentir loro di reggere l’ingresso dell'Italia nel Mercato Comune. Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registrò un incremento medio della produzione del 31,4%. Assai rilevante fu l’aumento produttivo nei settori in cui prevalevano i grandi gruppi: autovetture 89%; meccanica di precisione 83%; fibre tessili artificiali 66,8% . Ma, va osservato che il «miracolo economico» non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni ’50 furono la condizione perché la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l’offerta, con le prevedibili conseguenze in termini di andamento dei salari. Il potere dei sindacati fu effettivamente fiaccato nel dopoguerra e ciò aprì la strada verso un ulteriore aumento della produttività. A partire dalla fine degli anni ’50, infatti, la situazione occupazionale mutò drasticamente: la crescita divenne notevole soprattutto nei settori dell’industria e del terziario. Il tutto avvenne, però, a scapito del settore agricolo. Del resto, anche la politica agricola comunitaria assecondò questa tendenza, prevedendo essa stessa benefici e incentivi destinati prevalentemente ai prodotti agricoli del Nord Europa. Il risultato di questo processo fu l’imponente movimento migratorio avutosi negli anni ‘60 e ‘70. È stato calcolato che nel periodo tra il 1955 e il 1971, quasi 9.150.000 unità siano state coinvolte in migrazioni interregionali; nel quadriennio1960-1963, il flusso migratorio dal Sud al Nord raggiunse il totale di ottocentomila unità all’anno . Gli anni ’60 furono, dunque, teatro di un rimescolamento formidabile della popolazione italiana. I motivi strutturali che indussero prevalentemente la popolazione rurale ad abbandonare il loro luogo d’origine furono molteplici e tutti avevano a che fare con l’assetto fondiario del Sud, con la scarsa fertilità delle terre e con la polverizzazione della proprietà fondiaria . Ai fattori strutturali si accompagnarono quei fattori tipici di attrazione che derivano dai modelli di vita dell’ambiente urbano, con la conseguenza che a decidere di emigrare furono prevalentemente i giovani del Mezzogiorno . Il flusso migratorio fu intercettato soprattutto dal Nord del paese, in quanto, per la prima volta in quegli anni del <<miracolo economico>>, la domanda di lavoro superò l’offerta nelle Regioni del triangolo industriale. Attorno al 1954, il ministro dell’economia Vanoni predispose un piano per lo sviluppo economico controllato che, negli intenti del governo, avrebbe dovuto programmare il superamento dei maggiori squilibri sociali e geografici (il crollo dell’agricoltura, la profonda differenza di sviluppo tra Nord e Sud); ma questo piano non portò ad alcun risultato. Le indicazioni che vi erano contenute in materia di sviluppo e di incremento del reddito e dell’occupazione, si basavano su una previsione fortemente sottostimata sul ruolo che avrebbe dovuto giocare il progresso tecnologico e l’incremento della produttività del lavoro che ne sarebbe derivato. Quelle previsioni furono, quindi, travolte da un processo d’espansione, ben lungi da quel ristagno che il piano Vanoni inopinatamente metteva nel conto delle previsioni. Proprio perché non previsto, e per mancanza di un incanalamento regolato della crescita, il processo di espansione portò con sé gravi squilibri sul piano sociale. Il risultato finale fu quello di portare il «boom economico» a realizzarsi secondo una logica tutta sua, a rispondere direttamente al libero gioco delle forze del mercato e a dar luogo a profondi scompensi. Il primo di questi fu la cosiddetta <<distorsione dei consumi>>. Una crescita orientata all’esportazione determinò una spinta produttiva orientata sui beni di consumo privati, spesso su quelli di lusso, senza un corrispettivo sviluppo dei consumi pubblici. Scuole, ospedali, case, trasporti, tutti beni di prima necessità restarono infatti parecchio indietro rispetto alla rapida crescita della produzione di beni di consumo privati. Il modello di sviluppo sottinteso al «boom» implicò dunque una corsa al benessere tutta incentrata su scelte e strategie individuali e familiari, ignorando invece le necessarie risposte pubbliche ai bisogni collettivi quotidiani. Un altro dei mutamenti più rilevanti degli anni del <<miracolo economico>> fu la profonda trasformazione della struttura di classe della società italiana . Uno degli indicatori che mostravano come l’Italia fosse entrata ormai nel novero dei paesi sviluppati, fu il rapido incremento del numero di impiegati, sia nel settore privato, che nel settore pubblico. La categoria dei tecnici crebbe in maniera altrettanto rilevante in quegli anni. Al vertice del settore si collocavano i manager del comparto industriale, che furono i veri soggetti delle idee sulla nuova organizzazione industriale, le cui teorie avevano da tempo fatto scuola nelle Università americane. Il numero di dirigenti d’azienda che non vantavano titoli di proprietà delle realtà produttive che dirigevano aumentò sensibilmente negli anni del <<miracolo>> e, parimenti, aumentò il loro potere di condizionamento del ceto politico, soprattutto di quello che controllava direttamente o indirettamente l’industria pubblica. Ma gli anni della grande espansione furono anche teatro di straordinarie trasformazioni degli stili di vita, del linguaggio e dei costumi degli italiani. Nessuno strumento ebbe un ruolo così rilevante nel mutamento molecolare della società quanto la televisione. Progressivamente essa impose un uso passivo e familiare del tempo libero a scapito delle relazioni di carattere collettivo e socializzante che, alla lunga, avrebbe modificato profondamente i ruoli personali e gli stili di vita oltre che i modelli di comportamento.
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